LA RAGAZZA CHE ANDÒ ALL’INFERNO – Stefano Bon

Di certo la curiosità di sapere cosa c’è dopo la vita non ci assale, ci parlano di inferno, paradiso o purgatorio, ma più tardi lo sapremo è meglio sarà. Se volessimo però dare un volto e delle sembianze al peggior ideale dei tre, l’inferno, potremmo ritenere valida l’interpretazione di Stefano Bon, scrittore ravennate che ha preso di nuovo in mano le redini della scrittura a una decina d’anni di distanza dal suo primo libro. Le tante vicissitudini personali intercorse in questo lasso di tempo,  dalle quali in parte ha attinto per dare vita al suo “La ragazza che andò all’inferno”, edito da Castelvecchi, lo hanno condotto a disegnare il dantesco ambiente che circonda Anna, moglie e madre,  che all’udire le sirene spiegate di una autoambulanza in una mattina qualsiasi durante una puntata al supermercato, sospetta che qualcosa nella sua vita sta cambiando per sempre.

Sotto di lei si apre infatti una voragine che la inghiotte in un incubo fatto di indifferenza, egoismo, debiti e nessuno scrupolo, una pioggia di negatività che le arriva addosso, scagliata da persone lontanissime dal suo mondo e senza la minima considerazione della sua nuova condizione di difficoltà.

Anna indossa un vestito strettissimo ma lo porta con orgoglio e a testa alta, facendosi strada in quell’impervio sentiero che in tutto e per tutto somiglia a un vero e proprio inferno. Le uniche luci, laggiù in fondo al tunnel, sono rappresentate dai suoi figli piccoli e da una amorevole vicina di casa senza la quale quelle sabbie mobili la ingoierebbero definitivamente. Un inno alla donna forte e sprezzante, che, trascinata via da una fortissima corrente, cerca di restare aggrappata con le unghie e con i denti alla vita.

Fin quando, in un asettico ufficio di un datore di lavoro un po’ speciale, le viene consegnata la via d’uscita da quell’inferno. Anna dovrà decidere se restare ad annaspare nelle difficoltà o aprire quella porta e trovare un’oasi in mezzo al deserto.

Ciò comporterà un grosso rischio che la condurrà a rivalutare il suo ruolo di madre e l’incoerenza dei suoi comportamenti rispetto al bene che una madre deve insegnare ai figli.

Non è un libro per spiriti deboli, ma le favole sono appunto tali, merce inutile per chi cerca storie vere, crude e colme di spine come un gambo di rosa e come il viaggio all’inferno snocciolato da Bon. Pungendosi, talvolta, si può meglio comprendere il senso della vita.

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BENEDIZIONE – Kent Haruf

BENEDIZIONE – Kent Haruf

A volte la scrittura non si rivela solo una ricerca arzigogolata di stili particolari o immagini ad effetto, piuttosto può essere anche un semplice e diretto viaggio verso il punto, verso l’essenzialità e la facile comprensione. Banalità? Forse. Ma dove sta scritto che non c’è fascino nella banalità? Non siamo forse schiavi della routine e racchiusi troppo spesso dentro esistenze ordinarie? Difficile trovare fascino in tutto ciò, eppure, incuriosito dalla fama e dalla positività generale della critica, ho abbracciato “Benedizione”, uno dei tre volumi della “Trilogia della pianura”, dello scrittore americano Kent Haruf, e a ben guardare, la prosa asciutta e la straordinaria umanità e quotidianità delle vite di Dad, Mary, Lyle e di tutti i personaggi che si alternano in questo inno alla vita duro e puro, hanno suscitato interrogativi e scomodato emozioni profonde, oltre a rivelare alcune esperienze verosimilmente comuni a chi legge.

Non cercate risate in “Benedizione”, non provate a scorgere un’ironia che non appare, nemmeno sottile, nemmeno velata. Le fondamenta su cui si innalza il libro sono le ultime ore di Dad Lewis, affetto da un irreversibile cancro, che viene assistito con amorevole cura dalla moglie Mary e dalla figlia Lorraine. Il libro manda un messaggio chiaro, spesso anche attuale:  la mentalità chiusa e bigotta di quella famiglia americana si evidenzia nel rapporto difficile con l’altro figlio, Frank, omosessuale dichiarato col quale Dad ha un rapporto di grande distanza e diffidenza; la malattia tenta di farlo ravvedere da tutti i suoi errori passati nei confronti di un figlio che lavora in un fast food, vive in uno squallido monolocale e accoglie freddamente i suoi genitori che un giorno lo vengono a trovare, quasi come se quella scelta coraggiosa dettata dalla natura si sia trasformata in un grande oceano che lo ha definitivamente diviso dal nucleo familiare. «Non abbiamo più niente a che fare con nostro figlio. Prendiamo dei soldi, li mettiamo in una busta per Natale, lo guardiamo lavorare al ristorante, lo seguiamo in quello sporco monolocale, parliamo per cinque minuti e fine della storia. Lo stiamo perdendo disse lei. Non lo vedi?» sono le amare parole della madre una volta che lei e Dad sono di nuovo sulla via di casa. La vicenda del pastore Lyle, che da Denver si sposta a Holt, la cittadina del Colorado in cui tutte le vicende del libro si snodano, che intima i fedeli a porgere l’altra guancia al fondamentalismo e al terrorismo, nel nome di un dogma religioso che si rivelerà un fatale boomerang. Una malcelata angoscia può accompagnare il lettore, ciononostante pare di scorgerlo quel piccolo paesino statunitense: l’incedere della vita, l’amore, la carità, la premura, i giudizi della gente. Molte altre vicende percorrono le pagine di questo volume che precede “Crepuscolo” e “Canto della pianura” e sarà il lettore a scoprirle.

Di certo, una semplicità che comunica qualcosa, forse molto di più di alcune storie fantastiche o piene di colpi di scena, e che inganna anche il traduttore, Fabio Cremonesi, il quale denuncia la difficoltà nel tradurre un testo così sobrio a dispetto delle aspettative. La facilità di lettura si rivela inversamente proporzionale alla facilità di traduzione, e Cremonesi definisce la sobrietà di Haruf “francescana”.

Talvolta, anche i romanzi in cui non si parla di nulla o quasi, possono essere estremamente affascinanti e colpire dritti al cuore di chi legge, quello che dovrebbe essere la missione principale di chi scrive.

FAHRENHEIT 451 – R.Bradbury

FAHRENHEIT 451 – R.Bradbury

In un certo senso invidio Ray Bradbury e Fahrenheit 451. Con l’autore mi compiaccio per le sue abitudini di scrittura, il libro invece risulta allettante per il fatto di essere la conseguenza naturale di quelle abitudini. Non aveva certo problemi di ispirazione, Ray: quel blocco interiore che chi scrive, sia egli navigato o alle prime armi, prima o poi deve affrontare come un serial killer che irrompe sulla scena emergendo dai boschi neri della scrittura, non ha mai pensato di assalire il planetario scrittore americano. Sin da giovanissima età l’ispirazione non è mai stata un suo problema e insieme con l’ardente passione per la penna, buttava giù idee che si evolvevano in storie, una via l’altra. 

Quella narrata tra le righe di quest’opera la cui prima edizione è datata 1953 (in Italia arriverà tre anni più tardi), si affida a una tecnica di ispirazione che oserei definire un capovolgimento della realtà. Anche nei corsi di scrittura che ho frequentato mi affascinava discorrere del metodo “What if”: cosa sarebbe successo se Hitler avesse vinto la guerra? Cosa sarebbe accaduto se il cecchino che finì Kennedy a Detroit avesse sbagliato mira di qualche centimetro? E quanti altri bizzarri esempi potremmo fare. Bradbury ha invece pitturato un mondo al contrario ampliando di fatto un racconto (Il pompiere) precedentemente redatto per una rivista, e facendolo divenire Fahrenheit 451, la temperatura alla quale brucia la carta: cosa accadrebbe se i pompieri invece di spegnere il fuoco lo appiccassero? 

In realtà si cela una spiegazione più ampia dietro a questa semplice quanto stuzzicante intuizione. Bradbury non specifica né in che anno ci troviamo, né in quale città, eppure c’è una sola cosa da impedire: che la gente possieda libri, che li sfogli, che ne annusi il profumo, che ne veda la forma sul comodino al proprio risveglio ogni mattina. Vietato, nella dimensione di Bradbury, possedere volumi e permetter loro di allargare le coscienze. Tutto ciò va represso. E il protagonista di questa storia, il pompiere Guy Montag, esegue gli ordini. I testi vanno bruciati, senza esclusione. 

E così la vicenda prende corpo, proprio come quando la fiamma di un incendio si fa di tanto in tanto più grande e famelica. L’entusiasmo di Montag, sposato a Mildred, donna abitudinaria e distaccata che tenterà il suicidio ingoiando barbiturici, all’inizio è palese: polverizzare quotidianamente libri. Poi le cose cambieranno. I libri nascosti nella grata di casa e sotto al cuscino del letto. Anche lui, grazie anche a una misteriosa ragazza che incontra ogniqualvolta gironzola per la città, di nome Clarisse, sarà capace di fare indietro tutta e riflettere sull’opportunità di ribellarsi a questo sistema repressivo. Ribellione, già. Manipolazione dei cervelli da parte del governo, importanza della cultura, salvaguardia del sapere come ossigeno per le generazioni a venire. Non sono forse temi attuali? Quante volte si aggrediscono le piazze, o al giorno d’oggi molto di più i social network, dove è più semplice fare le rivoluzioni, gridando addosso a un sistema mediatico che altro non fa che comunicarci ciò che vuole per deviare i nostri pensieri, per cui le nostre opinioni, per cui infine il nostro modo di essere? Ecco in cosa è stato eccellente Bradbury: ha fatto da precursore a un mondo che ancora non c’era, e che a lui è balzato agli in anticipo. Ho la fortuna di viaggiare spesso, sia per piccoli spostamenti che per visitare città europee, e tento di fare caso sempre a una cosa: a quanti leggono un libro durante un tragitto in metropolitana o una traversata in aereo. Non sono in molti a soddisfare la mia curiosità, eppure oggi di individui che si perdono dentro a una storia su pagine di carta riponendo dentro a un cassetto qualsivoglia tecnologia, anche solo per una mezz’ora, ne esistono ancora e ciò mi conforta.
La lezione che ci dà Bradbury è sin troppo semplice e guai a non applicarla giorno dopo giorno. Guai a immaginare una spietata esecuzione di libri come quella che ebbe luogo a Berlino il dieci maggio del 1933, quando furono addirittura studenti stessi a mettere al rogo una montagna di libri scomodi al Reich, in quel di Berlino. Passeggiando per Opernplatz, come feci pochi anni fa, si può notare a memoria eterna un pannello trasparente sul pavimento della piazza: se vi affacciate, osserverete un simbolico scaffale,  ricavato sotto al livello del cemento e volutamente visibile. 

Clarisse, Mildred e il collega Beatty: colui che più di tutti spiega a Montag che servono “condensati di condensati”. Ridurre le informazioni, bombardare l’umanità di “riassunti di riassunti”. E che ne pagherà le conseguenze.

I conti tornano. In particolar modo se rileggo quella riga che maggiormente mi ha colpito e che più o meno fa così: “Clicca e guarda, scorri qui, scorri là”. Ora, mettetevi una mano nella tasca del cappotto o guardate sul comodino: troverete un oggetto, grande più o meno quanto una carta di identità. Non è forse con esso che con cui ci gingilliamo di continuo e seguitiamo a cliccare e a far  scorrere il dito sul suo schermo?

Un libro che racchiude tutto Bradbury, la rappresentazione più vera del suo modo di gridare al vento la fondamentale importanza dei libri e il suo amore per tutto ciò che è narrazione. Le ore passate in università a tentare di dare una spinta alla suo “blocco dello scrittore” osservando una montagna di libri che mai lui avrebbe bruciato. Questa è l’eredità che ci ha lasciato Fahrenheit 451. 

ALTRI LIBERTINI – Pier Vittorio Tondelli

ALTRI LIBERTINI – Pier Vittorio Tondelli

Più che una raccolta di racconti, sono sei lunghi capitoli collegati tra loro. Più che un libro è una confessione, un fiume in piena che rompe gli argini e invade la piccola e tranquilla tenuta del lettore, un’istantanea degli anni di piombo che volgono al termine dove tutto è concesso. Altri libertini è un’opera Tondelli non scrive ma “vomita” frasi e pensieri, che sbatte in faccia, in meno di duecento pagine, una generazione in preda al sesso, all’alcool all’azzeramento dei valori. O forse, che se ne costruisce di propri. Il viaggio è il leit-motiv di un libro che ha fatto discutere, a tal punto da essere sequestrato dalla Procura dell’Aquila alla terza ristampa per il suo linguaggio osceno, senza mezzi termini, dove le scorribande delle Splash, ragazze che scorrazzano per l’Emilia, terra natìa dell’autore, a far danni, o i viaggi in Europa di alcuni protagonisti, sono infarciti senza mezzi termini di bestemmie e parolacce. Una sfida all’opinione pubblica di allora, in cui esisteva ancora un velo di moralità completamente abbassatosi nell’epoca moderna. In alcuni punti del libro ho trovato alcune analogie, seppur alla lontana, con un’altra scabrosa e dura vicenda, quella di Christiane Felscherinow e dei “Ragazzi dello zoo di Berlino”, città in cui peraltro lo scrittore emiliano si recava spesso, seppur le vicende lì narrate siano una lente di ingrandimento sul disfacimento di una generazione in preda all’eroina, mentre le sfaccettature di Tondelli siano variegate. Filo conduttore sono quasi interamente l’iniziazione alla omosessualità e le sue dinamiche, e la totale libertà nei pensieri e soprattutto nelle azioni. Guardare avanti e correre con il vento in faccia, mettersi di traverso a una società che sembra aver dimenticato un’intera generazione, dopo il boom economico del dopoguerra e i movimenti studenteschi del ’68. Pier Vittorio Tondelli è stato per i giovani di quell’epoca un faro, una guida, la mano che ha scritto tutto ciò che quella generazione avrebbe scritto. Due sono i brani che maggiormente mi hanno colpito: uno è relativo alle ultime venti righe, il finale dell’ultimo racconto, che non cito proprio per non svelare il termine dell’opera. Mi limito a dire che Tondelli dona una visione ottimistica della vita, sprona il lettore in un modo tutto suo con termini fantastici e un pensiero dirompente ad alzarsi e partire. Il secondo brano, è quanto più di significativo ci sia per tramutare in parole ciò che l’autore ha intorno in quel periodo di grande tumulto giovanile e di cui egli stesso è parte: «Però subito il giorno dopo a mezzogiorno si ritrovano e stanno a fare l’amore chiusi in casa e mangiano e bevono e fumano e scopano ed è questo star bene diosanto, questa è bella vita, avere una gratificazione dietro l’altra è non pensare a niente se non ad abbracciarsi e succhiarsi da ogni parte. Questa sì sarebbe bella vita poterla fare per sempre mica bisogno di soldi e lavorare e studiare e partire e perdersi…».

CECITA’ – José Saramago

CECITA’ – José Saramago

Se devo essere sincero, anche io ho rischiato di diventare cieco durante la lettura di “Cecità”, del premio Nobel 1998, il portoghese José Saramago. Sì perché tra le cose non ordinarie di questo romanzo, oltre all’idea di base, vi è anche un certo stile nella narrazione, non tanto nel contenuto quanto nella punteggiatura. Che invade gli occhi e la mente del lettore tutto d’un fiato: i dialoghi non sono aperti e chiusi da virgolette, la storia scorre via come un fiume in piena sul quale il lettore deve cercare di restare in equilibrio. Non c’è peggior posto e peggior momento per perdere la vista di una temporanea sosta davanti a un semaforo rosso. Eppure è così che si apre l’opera, dove in una non specificata città e in uno sconosciuto anno, tutta la popolazione, mano a mano, d’un tratto non vede davanti a sé che un grande bianco, come se una colata di latte fosse scesa dinnanzi ai suoi occhi. È proprio un automobilista qualunque, che attende il verde per poter riprendere la sua strada, la prima vittima di una lunga serie di una cruda e sconosciuta realtà, in cui tutti sono costretti a vedere il mondo che tutti i giorni osservavano, spegnersi di colpo. La situazione si fa sempre più grave sin quando il governo non decide di isolare i ciechi in un ex manicomio temendo un contagio in corso, ed è proprio all’interno di questo manicomio, fatto di bagni fatiscenti e grandi camerate, che Saramago dipinge tutta la desolazione e la sciatteria dentro cui l’uomo si ritrova catapultato: igiene pressoché inesistente, nessun tipo di assistenza, donne sessualmente vendute alla camerata vicina in cambio di cibo. L’autore non sceglie nomi di battesimo per i protagonisti, e questa è un’altra annotazione pressoché inedita. Così abbiamo “la ragazza dagli occhiali scuri” dai facili costumi, “il vecchio con la banda nera”, “il bambino strabico” che si tormenta nella ricerca della madre, persino un animale, “il cane delle lacrime”, oltre ai due principali attori di questa commedia, ossia “il medico” e “la moglie del medico”. Quest’ultima particolarmente importante nello snodo della vicenda, poiché sarà l’unica a continuare a vedere, tenendolo nascosto per molto tempo e contemporaneamente cercando di assistere i malcapitati. È un trascinarsi alla ricerca della libertà quella dei rinchiusi, una libertà uccisa non da un regime o da qualche privazione, ma dalla semplice scomparsa della vista e perciò dei colori, dei paesaggi, delle sfumature. Intorno a loro una città spenta, mortificata, annullata da una vertiginosa quanto struggente rivolta, seppur non fosse scoppiata alcuna guerra e non ci fossero regimi a cui sottostare. Siamo cechi anche nella vita, in alcune occasioni, pur avendo la vista perfettamente funzionante? La risposta è certamente affermativa. A tratti angosciosa ma coinvolgente, la storia raccontata da Saramago rappresenta a mio avviso l’uomo nel suo più scarno involucro, sino a un finale sorprendente che mette in pari il lettore con la speranza.

“IL RITRATTO DI DORIAN GRAY” – O.Wilde

“IL RITRATTO DI DORIAN GRAY” – O.Wilde

Un grande classico che non può mancare in ciascuna libreria. La ricerca della bellezza, il bisogno di rompere gli schemi, la personalità edonistica del celebre autore irlandese Oscar Wilde, vengono riversate in modo totale e raffinato tra le righe del suo “Ritratto di Dorian Gray”. La storia è semplice quanto particolare: il giovane nobile londinese Dorian Gray viene raffigurato in un dipinto opera del pittore Basil Hallward. La sua figura ritratta, diverrà un autentico tormento per il giovane: mentre egli vive la sua vita nello sfarzo o viene colpito dalla freccia di Cupido che lo fa innamorare di una attrice di teatro di nome Sybil Vane, il ritratto invecchia al posto suo come egli, ancora gaudente e bello mano a mano che gli anni passano, aveva effettivamente desiderato, e finirà per deriderlo e chiuderlo in soffitta, convinto che quel processo di consumazione della sua figura durerà in eterno.  Un personaggio chiave del romanzo è certamente Lord Henry Wotton, che Dorian conosce nello studio di Basil, durante il dipinto. Le parole che spesso. durante la lettura, si sono impresse nella mia mente sono proprio le sue: con il suo atteggiamento bonariamente provocatorio e la sua attenzione verso la bellezza e il piacere, influisce sulla personalità di Dorian. “Superficiali sono coloro che amano una sola volta nella vita”, La fedeltà si riduce a un amore per la proprietà”, “La sola differenza tra un capriccio e una passione eterna è che il capriccio dura più a lungo”, “Solo una persona meschina non giudica dall’apparenza”, sono solo alcune delle sue più taglienti massime che sono concentrate in particolar modo nelle prime pagine del libro. Dorian si troverà a fare i conti con una esistenza che lo porterà su un binario differente da quello di partenza, sarà aspramente criticato dallo stesso pittore che lo aveva ritratto, preferirà perdere quell’attrice di nome Sybil solo perché in una delle sue recite fornirà una prestazione scadente facendo svanire la purezza e l’aurea di beltà di cui lui si era invaghito. Con due grossi colpi di scena, uno a metà e uno nello straordinario finale, che rendono il contenuto dell’opera assolutamente prestigioso, “Il ritratto di Dorian Gray” è un viaggio nell’Inghilterra vittoriana in preda agli schemi, ai moralismi e alle ingessature della borghesia che Dorian Gray, ma oserei dire anche lo stesso Wilde, tentano di rovesciare. Per chiudere, la miglior fotografia dell’opera l’ha data lo stesso autore in una lettera scritta di suo pugno a un vecchio amico: “Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere”.

ORIENTARSI CON LE STELLE – R.Carver

ORIENTARSI CON LE STELLE – R.Carver

Provate a sdraiarvi su un prato o su una spiaggia, d’estate, e guardare su. Il cielo è terso, scuro e puntellato di stelle. Un’immagine certamente romantica e suggestiva alla quale magari potete aggiungere una leggera brezza che non può che rendere il tutto più inebriante. E mentre siete lì, rilassati, provate a contare le stelle. Impossibile. Potrete però orientarvi con esse sfogliando tutta la raccolta di racconti in forma di poesia di Raymond Carver, dal titolo “Orientarsi con le stelle”, appunto. Nelle 500 pagine e più, messe insieme magistralmente dalla scrittrice e compagna di Carver, Tess Gallagher, in un lavoro certosino che ha coinvolto entrambi negli ultimi anni di vita di Ray, si alternano con nuda semplicità i più naturali e comuni temi del quotidiano: la pesca (tanta…), gli amici, l’amore, il tradimento, il viaggio, persino un’ode dedicata a una macchina. Oltre alle composizioni di Carver sfogliate una dopo l’altra, è la post-fazione di Tess a spiegare il Carver uomo, l’origine della sua storia di scrittore, partita da una famiglia povera e qualche lavoretto per tirare avanti, sino all’incontro con uno sconosciuto cliente da cui si era recato per effettuare una consegna, a casa di cui trova un testo, “Poetry”, destinato a cambiargli la vita. L’uomo, che Carver dirà di non aver mai più rivisto e dunque non aver nemmeno avuto la possibilità di ringraziarlo, ha inconsapevolmente dato il via a una lunga storia di prosa e poesia carveriana, perché affascinato dai versi di quel libro avvertirà dentro sé stesso che scrivere sarebbe stata la sua missione. Alcuni di questi versi sono brevissimi, altri più lunghi ma non più di un paio di facciate, di certo tutti sono travestiti da racconti. Non si percepisce la musicalità e la solennità tipiche della poesia, o almeno si percepiscono in modo diverso. E’ come se Carver avesse scritto una serie di racconti spezzandoli nei punti più opportuni per crearne uno sviluppo poetico. Ho fatto accenno ai temi toccati in queste pagine, e ce n’è un altro a mio avviso predominante: la morte. Così come Bukowski nella sua ultima opera, “Pulp”,  non aveva certo nascosto la presenza della signora in nero in molte righe (scrisse quel libro sapendo già che gli rimanevano pochi giorni da vivere di quella sua dissennata esistenza), anche Carver risentiva gioco forza della sua incombente fine, avvenuta prematuramente nel 1988, a soli 50 anni. Anch’egli vittima del fumo e dell’alcol, si riteneva prima poeta e poi cantore di storie, ecco perché questa non è certo un’opera secondaria rispetto ai racconti veri e propri pubblicati in precedenza (“Se hai bisogno chiama”, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” solo per citare due suoi titoli in quel senso), ma al contrario è l’espressione vera e reale di quanto a Carver piacesse più cantare le gesta della vita piuttosto che raccontarla in modo più schematico e convenzionale sulle pagine di una raccolta, e l’annullamento delle distanze di linguaggio e di pensiero tra prosa e poesia è il leit-motiv di tutto il libro. A fare da sfondo a questa raccolta, viaggiando quasi a braccetto con Raymond, è Anton Cechov, faro che illumina Carver  durante la sua vita. Il poeta russo viene spesso e volentieri incluso nella raccolta con alcune delle sue più importantinopere, facendo trasparire la totale ammirazione che Carver aveva per lui . Chiudo citando la mia composizione preferita in assoluto tra quelle di questo volume, che potete trovare a pagina 135: “Ora che sarai fuori per cinque giorni, fumerò tutte le sigarette che vorrò, dove vorrò. Farò i biscotti e me li mangerò, con marmellata e grasso di pancetta. Poltrirò. Mi concederò di tutto. Passeggerò sulla spiaggia se ne avrò voglia. E ne ho voglia, da solo, a pensare quando ero giovane. Alle persone che allora mi amavano alla follia. E a come le amavo anche io più di ogni altra […]. Ma c’è una cosa che non farò. Non dormirò nel nostro letto senza di te. Dormirò dove cavolo mi pare… dove dormo meglio quando sei fuori e non ti posso abbracciare come faccio. Sul divano rotto del mio studio”.