“LO STATO DI DIO” – Silvia Di Giacomo

“LO STATO DI DIO” – Silvia Di Giacomo

Orwell immaginava un grande occhio che vigilava nelle abitazioni, Bradbury un futuro in cui si bruciavano i libri. Nel genere distopico, tutto ciò che disturba e mina un codice comportamentale imposto dall’alto, deve essere ingabbiato, controllato, financo annientato. Nel romanzo d’esordio di Silvia Di Giacomo, autrice abruzzese ma legata a Bologna, la minaccia di un attentato a Roma che ai giorni nostri è ancora tale, si avvera. Dopo il 21 dicembre 2012, un’altra data alla quale poter mettere un nodo: 11 maggio 2026. Nella speranza che anche “Lo Stato di Dio” resti una astratta ipotesi, così come la profezia dei Maya, la vicenda narrata ruota comunque intorno quel fatidico giorno in cui anche la Capitale è vittima della violenza islamica.

Tutti i protagonisti si troveranno dunque a fare i conti con un nuovo, storico corso: la Repubblica, nata nel 1946, non esiste più. Il potere è preso dalla Chiesa, il Papa è Francesco II (e Bergoglio? si è ritirato a vita privata, come il suo predecessore) e la dottrina cattolica ricopre come un impermeabile tutto il paese. Le coppie divorziate ritornano insieme, gli omosessuali vengono perseguitati, l’aborto non è più possibile. Matteo, Sara, Angela, Valeria, Davide, e una coppia gay, Andrea e Dj Roger: nomi e persone comuni, travolte dal corso degli eventi, che dovranno scegliere di restare o fuggire da un regime che pare, seppur sotto altre spoglie, abbia i crismi di quello scaturito dalla presa del potere dei Nazifascisti circa cent’anni prima.

Un contesto in cui anche l’erotismo, genere che l’autrice predilige, assume ancor più contorno: il proibito, nel proibito. Avere rapporti solo per la procreazione, ecco il diktat. Il quadro minatorio che si disegna attorno ai protagonisti, rende pertanto la trasgressione ancor più forte nel suo significato: il “casale dell’amore”, diverrà il luogo in cui mostrarsi per come si è. Di amore ce ne sarà poco, o forse troppo: tra quelle mura comunque sarà come essere distanti anni luce da quella dittatura cattolica così anacronistica. Con un linguaggio semplice ma elegante e tanta umanità, la Di Giacomo arriva dritta alle corde dei lettori, toccando, ne siamo convinti, anche qualche tasto dolente in alcuni di loro. Ed esplorando soprattutto tutti i temi di attualità, così come li conosciamo oggi, nobilitando inoltre le numerose donne protagoniste del romanzo, in un contesto odierno in cui la figura femminile rivendica la propria libertà e dignità, contro ogni forma di violenza. E ci offre una interessante riflessione: fare attenzione a non ritenere scenari di tale portata, pur nell’incertezza del domani, qualcosa di totalmente utopistico.

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1984 – George Orwell

1984 – George Orwell

Sfogliare pagine e ritrovarsi nel bel mezzo di una realtà ai nostri occhi superata, ma che per l’autore era un futuro immaginabile. Orwell e il suo “1984” sono una pietra miliare nel percorso del romanzo distopico, tanto lontana ma più che mai attuale. L’incedere di Winston, protagonista dentro a un ingranaggio colmo di cose, situazioni, persone e anche inganni, intorno a lui, ma ritrovatosi ad essere un uomo fondamentalmente solo, passa attraverso un mondo che l’autore disegna futuribile. Un grande occhio (il “Grande Fratello”) che tutto vede e su tutto provvede, pur apparendo soltanto in diversi manifesti e mai di persona. Non è un Altissimo, eppure gode dello stesso rispetto e della stessa aurea carismatica che ne fa il padrone assoluto. Tre continenti nel mondo di Orwell: Eurasia, Oceania ed Estasia, in guerra tra loro per mantenere il controllo pressoché totale della società. Ministeri dell’Amore, Prolet e psicopolizia. Strumenti e metodi di governo che non hanno nulla di democratico: Orwell, fresco di seconda guerra Mondiale al momento della stesura e pubblicazione del libro, riprende i totalitarismi appena scomparsi per riversarli sotto forma di silenzioso effetto serra che soffoca gli sfortunati abitanti di un mondo così lontano dai cinque continenti in cui un tempo era diviso. Il Partito, ecco a cosa sottostare, non azzardando comportamenti eversivi e osservandone le regole, tenendo ben presente quei manifesti appesi ovunque con i tre sinistri slogan: la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza, la guerra è pace.

E allora perché il futuro immaginato da Orwell ci pare così vicino? É forse esso il presente? La verità sta nel mezzo. Nessuno schermo nelle nostre abitazioni, nessuna polizia a soffocare qualsivoglia idea differente seppur in taluni casi la repressione sia ancora, tristemente, la risposta più immediata; vige una democrazia sostanziale minata comunque a livello globale da mille torti e sanguinosi conflitti su larga scala, con dittature ancora vive. Eppure Orwell pare disegnare ciò che sembra manifestarsi in quest’epoca di pace almeno in Europa: il concetto del controllo. L’indigestione digitale e l’abbattimento di qualsiasi barriera, hanno messo in discussione il significato di privacy seppur non vi sia in nessuna abitazione uno schermo sempre acceso (i protagonisti del libro non potevano mai spegnerlo ma soltanto abbassarne il volume) o alcun ordine superiore da rispettare scrupolosamente che non sia il vivere civile e il buon senso comune.

Riflettiamo, però: stampa, tv, giornali, media, l’abbuffata di notizie e informazioni talvolta sdoganate per distogliere attenzione o, termine ancor più grossolano, manovrare cervelli, paiono accostabili al significato di ciò che Orwell voleva trasmettere buttando giù quelle righe. L’ignoranza dunque, messa al sicuro nel libro tramite la neolingua, un linguaggio dai vocaboli così selezionati da impedire un articolato ragionamento, non può essere una forza anche nel mondo odierno? Non sapere e non saper agire, non avvantaggia forse i regimi e chi ha un potere di controllo subdolo sull’individuo? Esiste davvero la libertà? Certo, ma quanta gente libera è in realtà imprigionata in una vita che non sa cambiare, o non vuole farlo, per pigrizia e mancanza di slancio? Non sempre è una forza superiore che ha provocato tutto ciò, ma l’individuo è realmente libero?

Winston resisterà, stoicamente, dentro un palcoscenico dove il lettore si domanderà se esiste via d’uscita e dove anche l’amore, quello che avrà dopo l’incontro con Julia, è concesso ma da consumare nei quartieri proletari, più analfabeti e meno sottoposti al controllo. L’animo sovversivo e ribelle si farà strada in Winston per quasi tutta l’opera, sin quando si troverà davanti a una scelta nella “Stanza 101”, l’ultimo stadio di un’opera di convincimento che coglierà di sorpresa il protagonista.

L’ULTIMA ESTATE DI DIANA – A.Caprarica

L’ULTIMA ESTATE DI DIANA – A.Caprarica

Ex corrispondente della Rai da Londra e giornalista universalmente apprezzato, Antonio Caprarica è il massimo esperto di cose britanniche. Dalle sue parole traspare sempre grande ardore e ammirazione per Londra, a cui ha dedicato più di un libro, e per le controverse vicende di Corte, sia frutto della storia moderna come i Windsor, sia anche delle generazioni passate.

Dopo aver parlato a tutto tondo della dinastia Reale ne Il romanzo dei Windsor nel quale ha lambito anche le oscure vicende degli anni Ottanta e Novanta che hanno avuto come protagonista Lady Diana, con L’ultima estate di Diana (Sperling & Kupfer) Caprarica si immerge a tutto tondo nella vicenda, così come insieme a Mohamed Al-Fayed lei si immergeva nelle acque di Cala Volpe in quella calda estate del 1997 che segnò il tramonto di una Principessa e forse di un’epoca così breve ma così intensa. Caprarica si trovava casualmente in Sardegna proprio nei giorni in cui lo Jonikal, lo yacht di proprietà della famiglia egiziana che tentava di farsi largo nell’alta società britannica, era ormeggiato con a bordo l’ex moglie di Carlo d’Inghilterra e il suo nuovo amante o presunto tale. Caprarica presenta quelle calde settimane come un tentativo di “Dodi” di concupire la principessa.

Scanzonata e irriverente, il che appariva un paradosso dinnanzi alla sua palese timidezza in pubblico, Lady Diana è stata l’icona della Cool Britannia e l’antitesi della compostezza e della regalità della monarchia. Caprarica non ne fa una biografia, ma piuttosto ne fotografa i mesi di luglio e agosto, i suoi due ultimi di vita, nei quali pare passi davanti agli occhi del lettore tutta la vita della “Principessa del popolo”, così come la definì Tony Blair nei giorni seguenti alla sua scomparsa. Un rimbalzare da costa a costa, da città a città, sparire dentro lo Jonikal o su jet privati, per poi riapparire nelle mondane vie di Saint-Tropez o di Parigi. Sempre con i fotografi alle calcagna, sempre con questo smodato utilizzo dei media che ha anticipato l’indigestione digitale di oggi, con i social network e i profili hackerati.

Un tempo erano i tabloid a fare faville e a rappresentare l’arena dove si combatteva una battaglia, quella tra le celebrità e i giornalisti, che nel caso di Diana aveva raggiunto acredini e risvolti mai visti prima. Appostati dovunque, i paparazzi hanno dato la caccia a Lady D sino all’ultimo respiro, prendendosi una denuncia per omissione di soccorso quando il 31 agosto 1997 a Parigi il tunnel dell’Alma ha inghiottito la Mercedes con a bordo Diana e i suoi trentasei anni. Arrivata al culmine di una storia che era da chiudere, quel passato burrascoso dentro una relazione sbagliata che più sbagliata non si potesse, la donna più fotografata d’Inghilterra pareva aver trovato una via d’uscita e un progressivo distaccamento dalla casa Reale che probabilmente l’avrebbe portata a stabilirsi definitivamente all’estero e a curare soprattutto i suoi benefici affari e le sue relazioni nuove, fresche e meno convenzionali di quelle richieste a Palazzo.

Caprarica ci racconta la Diana tormentata e isterica dei giorni cupi dopo il matrimonio con Carlo, ma soprattutto una Diana ammiccante e disinvolta che con quei paparazzi sapeva giocare al gatto col topo e di cui faceva sovente uso quando più le conveniva. Era la Diana dell’estate ’97, in procinto di sbocciare come donna matura che aveva ripreso le redini della sua vita dopo che quella ragazzina spaurita e inesperta del 1981, a soli vent’anni, aveva preso non solo la mano di Carlo dentro la chiesa di Saint Paul, ma anche abbracciato obblighi e protocolli ai quali non era assolutamente preparata.

Leggere L’ultima estate di Diana è come leggere un romanzo rosa o un thriller, fate voi: in ogni pagina del libro si avverte, sinistro, il destino che sta per compiersi. Ogni momento raccontato dall’autore può essere oggi centellinato, conoscendo quale fu il triste epilogo della vicenda, e rivisto. Caprarica non crede all’ipotesi del complotto, a suo dire si trattò di un incidente duro e puro, seppur riveli un episodio curioso sconosciuto ai più: dentro quell’estate, Diana aveva incontrato una maga di fiducia in tutta urgenza, atterrando in un punto sperduto dell’Inghilterra una sera in elicottero. La stessa, le aveva predetto di una Mercedes, di un corso d’acqua e di un pericolo imminente.

Il 31 agosto del 2017 sono ricorsi i vent’anni dalla scomparsa di Diana, e il popolo che aveva sistemato, ai piedi dei cancelli di Buckingham Palace, centinaia di fiori, palloncini e bigliettini nel quale sfogava tutta la rabbia contro la famiglia reale, mai così vicina a perdere la Corona dalla testa, pare essersi più o meno dileguato. Diana riposa ad Althorp, la tenuta di famiglia nel Northamptonshire. La regina Elisabetta, come allora, ha preferito mantenere silenzio e riserbo lasciando a William e Harry, i figli che hanno vissuto la loro madre solo per pochi anni, il momento del cordoglio privato, sobrio e personale, come da peculiarità degli inglesi.

La memoria l’ha resa incancellabile e indimenticabile, ma la vittoria più grande di Diana potrebbe essere quella di vedere una monarchia come la voleva lei: con il figlio William prossimo al trono, secondo in linea di successione dopo il padre Carlo, la “ditta” come la chiamano gli stessi Reali, potrebbe oltremodo accorciare o del tutto annullare la distanza seriosa e solenne che li separa dal popolo, che nel terzo millennio gradirebbe fosse portato a compimento quanto Diana aveva provato a portare alla luce, ossia un rapporto più popular e friendly con i propri sudditi.

LA RAGAZZA CHE ANDÒ ALL’INFERNO – Stefano Bon

Di certo la curiosità di sapere cosa c’è dopo la vita non ci assale, ci parlano di inferno, paradiso o purgatorio, ma più tardi lo sapremo è meglio sarà. Se volessimo però dare un volto e delle sembianze al peggior ideale dei tre, l’inferno, potremmo ritenere valida l’interpretazione di Stefano Bon, scrittore ravennate che ha preso di nuovo in mano le redini della scrittura a una decina d’anni di distanza dal suo primo libro. Le tante vicissitudini personali intercorse in questo lasso di tempo,  dalle quali in parte ha attinto per dare vita al suo “La ragazza che andò all’inferno”, edito da Castelvecchi, lo hanno condotto a disegnare il dantesco ambiente che circonda Anna, moglie e madre,  che all’udire le sirene spiegate di una autoambulanza in una mattina qualsiasi durante una puntata al supermercato, sospetta che qualcosa nella sua vita sta cambiando per sempre.

Sotto di lei si apre infatti una voragine che la inghiotte in un incubo fatto di indifferenza, egoismo, debiti e nessuno scrupolo, una pioggia di negatività che le arriva addosso, scagliata da persone lontanissime dal suo mondo e senza la minima considerazione della sua nuova condizione di difficoltà.

Anna indossa un vestito strettissimo ma lo porta con orgoglio e a testa alta, facendosi strada in quell’impervio sentiero che in tutto e per tutto somiglia a un vero e proprio inferno. Le uniche luci, laggiù in fondo al tunnel, sono rappresentate dai suoi figli piccoli e da una amorevole vicina di casa senza la quale quelle sabbie mobili la ingoierebbero definitivamente. Un inno alla donna forte e sprezzante, che, trascinata via da una fortissima corrente, cerca di restare aggrappata con le unghie e con i denti alla vita.

Fin quando, in un asettico ufficio di un datore di lavoro un po’ speciale, le viene consegnata la via d’uscita da quell’inferno. Anna dovrà decidere se restare ad annaspare nelle difficoltà o aprire quella porta e trovare un’oasi in mezzo al deserto.

Ciò comporterà un grosso rischio che la condurrà a rivalutare il suo ruolo di madre e l’incoerenza dei suoi comportamenti rispetto al bene che una madre deve insegnare ai figli.

Non è un libro per spiriti deboli, ma le favole sono appunto tali, merce inutile per chi cerca storie vere, crude e colme di spine come un gambo di rosa e come il viaggio all’inferno snocciolato da Bon. Pungendosi, talvolta, si può meglio comprendere il senso della vita.

BENEDIZIONE – Kent Haruf

BENEDIZIONE – Kent Haruf

A volte la scrittura non si rivela solo una ricerca arzigogolata di stili particolari o immagini ad effetto, piuttosto può essere anche un semplice e diretto viaggio verso il punto, verso l’essenzialità e la facile comprensione. Banalità? Forse. Ma dove sta scritto che non c’è fascino nella banalità? Non siamo forse schiavi della routine e racchiusi troppo spesso dentro esistenze ordinarie? Difficile trovare fascino in tutto ciò, eppure, incuriosito dalla fama e dalla positività generale della critica, ho abbracciato “Benedizione”, uno dei tre volumi della “Trilogia della pianura”, dello scrittore americano Kent Haruf, e a ben guardare, la prosa asciutta e la straordinaria umanità e quotidianità delle vite di Dad, Mary, Lyle e di tutti i personaggi che si alternano in questo inno alla vita duro e puro, hanno suscitato interrogativi e scomodato emozioni profonde, oltre a rivelare alcune esperienze verosimilmente comuni a chi legge.

Non cercate risate in “Benedizione”, non provate a scorgere un’ironia che non appare, nemmeno sottile, nemmeno velata. Le fondamenta su cui si innalza il libro sono le ultime ore di Dad Lewis, affetto da un irreversibile cancro, che viene assistito con amorevole cura dalla moglie Mary e dalla figlia Lorraine. Il libro manda un messaggio chiaro, spesso anche attuale:  la mentalità chiusa e bigotta di quella famiglia americana si evidenzia nel rapporto difficile con l’altro figlio, Frank, omosessuale dichiarato col quale Dad ha un rapporto di grande distanza e diffidenza; la malattia tenta di farlo ravvedere da tutti i suoi errori passati nei confronti di un figlio che lavora in un fast food, vive in uno squallido monolocale e accoglie freddamente i suoi genitori che un giorno lo vengono a trovare, quasi come se quella scelta coraggiosa dettata dalla natura si sia trasformata in un grande oceano che lo ha definitivamente diviso dal nucleo familiare. «Non abbiamo più niente a che fare con nostro figlio. Prendiamo dei soldi, li mettiamo in una busta per Natale, lo guardiamo lavorare al ristorante, lo seguiamo in quello sporco monolocale, parliamo per cinque minuti e fine della storia. Lo stiamo perdendo disse lei. Non lo vedi?» sono le amare parole della madre una volta che lei e Dad sono di nuovo sulla via di casa. La vicenda del pastore Lyle, che da Denver si sposta a Holt, la cittadina del Colorado in cui tutte le vicende del libro si snodano, che intima i fedeli a porgere l’altra guancia al fondamentalismo e al terrorismo, nel nome di un dogma religioso che si rivelerà un fatale boomerang. Una malcelata angoscia può accompagnare il lettore, ciononostante pare di scorgerlo quel piccolo paesino statunitense: l’incedere della vita, l’amore, la carità, la premura, i giudizi della gente. Molte altre vicende percorrono le pagine di questo volume che precede “Crepuscolo” e “Canto della pianura” e sarà il lettore a scoprirle.

Di certo, una semplicità che comunica qualcosa, forse molto di più di alcune storie fantastiche o piene di colpi di scena, e che inganna anche il traduttore, Fabio Cremonesi, il quale denuncia la difficoltà nel tradurre un testo così sobrio a dispetto delle aspettative. La facilità di lettura si rivela inversamente proporzionale alla facilità di traduzione, e Cremonesi definisce la sobrietà di Haruf “francescana”.

Talvolta, anche i romanzi in cui non si parla di nulla o quasi, possono essere estremamente affascinanti e colpire dritti al cuore di chi legge, quello che dovrebbe essere la missione principale di chi scrive.

FAHRENHEIT 451 – R.Bradbury

FAHRENHEIT 451 – R.Bradbury

In un certo senso invidio Ray Bradbury e Fahrenheit 451. Con l’autore mi compiaccio per le sue abitudini di scrittura, il libro invece risulta allettante per il fatto di essere la conseguenza naturale di quelle abitudini. Non aveva certo problemi di ispirazione, Ray: quel blocco interiore che chi scrive, sia egli navigato o alle prime armi, prima o poi deve affrontare come un serial killer che irrompe sulla scena emergendo dai boschi neri della scrittura, non ha mai pensato di assalire il planetario scrittore americano. Sin da giovanissima età l’ispirazione non è mai stata un suo problema e insieme con l’ardente passione per la penna, buttava giù idee che si evolvevano in storie, una via l’altra. 

Quella narrata tra le righe di quest’opera la cui prima edizione è datata 1953 (in Italia arriverà tre anni più tardi), si affida a una tecnica di ispirazione che oserei definire un capovolgimento della realtà. Anche nei corsi di scrittura che ho frequentato mi affascinava discorrere del metodo “What if”: cosa sarebbe successo se Hitler avesse vinto la guerra? Cosa sarebbe accaduto se il cecchino che finì Kennedy a Detroit avesse sbagliato mira di qualche centimetro? E quanti altri bizzarri esempi potremmo fare. Bradbury ha invece pitturato un mondo al contrario ampliando di fatto un racconto (Il pompiere) precedentemente redatto per una rivista, e facendolo divenire Fahrenheit 451, la temperatura alla quale brucia la carta: cosa accadrebbe se i pompieri invece di spegnere il fuoco lo appiccassero? 

In realtà si cela una spiegazione più ampia dietro a questa semplice quanto stuzzicante intuizione. Bradbury non specifica né in che anno ci troviamo, né in quale città, eppure c’è una sola cosa da impedire: che la gente possieda libri, che li sfogli, che ne annusi il profumo, che ne veda la forma sul comodino al proprio risveglio ogni mattina. Vietato, nella dimensione di Bradbury, possedere volumi e permetter loro di allargare le coscienze. Tutto ciò va represso. E il protagonista di questa storia, il pompiere Guy Montag, esegue gli ordini. I testi vanno bruciati, senza esclusione. 

E così la vicenda prende corpo, proprio come quando la fiamma di un incendio si fa di tanto in tanto più grande e famelica. L’entusiasmo di Montag, sposato a Mildred, donna abitudinaria e distaccata che tenterà il suicidio ingoiando barbiturici, all’inizio è palese: polverizzare quotidianamente libri. Poi le cose cambieranno. I libri nascosti nella grata di casa e sotto al cuscino del letto. Anche lui, grazie anche a una misteriosa ragazza che incontra ogniqualvolta gironzola per la città, di nome Clarisse, sarà capace di fare indietro tutta e riflettere sull’opportunità di ribellarsi a questo sistema repressivo. Ribellione, già. Manipolazione dei cervelli da parte del governo, importanza della cultura, salvaguardia del sapere come ossigeno per le generazioni a venire. Non sono forse temi attuali? Quante volte si aggrediscono le piazze, o al giorno d’oggi molto di più i social network, dove è più semplice fare le rivoluzioni, gridando addosso a un sistema mediatico che altro non fa che comunicarci ciò che vuole per deviare i nostri pensieri, per cui le nostre opinioni, per cui infine il nostro modo di essere? Ecco in cosa è stato eccellente Bradbury: ha fatto da precursore a un mondo che ancora non c’era, e che a lui è balzato agli in anticipo. Ho la fortuna di viaggiare spesso, sia per piccoli spostamenti che per visitare città europee, e tento di fare caso sempre a una cosa: a quanti leggono un libro durante un tragitto in metropolitana o una traversata in aereo. Non sono in molti a soddisfare la mia curiosità, eppure oggi di individui che si perdono dentro a una storia su pagine di carta riponendo dentro a un cassetto qualsivoglia tecnologia, anche solo per una mezz’ora, ne esistono ancora e ciò mi conforta.
La lezione che ci dà Bradbury è sin troppo semplice e guai a non applicarla giorno dopo giorno. Guai a immaginare una spietata esecuzione di libri come quella che ebbe luogo a Berlino il dieci maggio del 1933, quando furono addirittura studenti stessi a mettere al rogo una montagna di libri scomodi al Reich, in quel di Berlino. Passeggiando per Opernplatz, come feci pochi anni fa, si può notare a memoria eterna un pannello trasparente sul pavimento della piazza: se vi affacciate, osserverete un simbolico scaffale,  ricavato sotto al livello del cemento e volutamente visibile. 

Clarisse, Mildred e il collega Beatty: colui che più di tutti spiega a Montag che servono “condensati di condensati”. Ridurre le informazioni, bombardare l’umanità di “riassunti di riassunti”. E che ne pagherà le conseguenze.

I conti tornano. In particolar modo se rileggo quella riga che maggiormente mi ha colpito e che più o meno fa così: “Clicca e guarda, scorri qui, scorri là”. Ora, mettetevi una mano nella tasca del cappotto o guardate sul comodino: troverete un oggetto, grande più o meno quanto una carta di identità. Non è forse con esso che con cui ci gingilliamo di continuo e seguitiamo a cliccare e a far  scorrere il dito sul suo schermo?

Un libro che racchiude tutto Bradbury, la rappresentazione più vera del suo modo di gridare al vento la fondamentale importanza dei libri e il suo amore per tutto ciò che è narrazione. Le ore passate in università a tentare di dare una spinta alla suo “blocco dello scrittore” osservando una montagna di libri che mai lui avrebbe bruciato. Questa è l’eredità che ci ha lasciato Fahrenheit 451. 

ALTRI LIBERTINI – Pier Vittorio Tondelli

ALTRI LIBERTINI – Pier Vittorio Tondelli

Più che una raccolta di racconti, sono sei lunghi capitoli collegati tra loro. Più che un libro è una confessione, un fiume in piena che rompe gli argini e invade la piccola e tranquilla tenuta del lettore, un’istantanea degli anni di piombo che volgono al termine dove tutto è concesso. Altri libertini è un’opera Tondelli non scrive ma “vomita” frasi e pensieri, che sbatte in faccia, in meno di duecento pagine, una generazione in preda al sesso, all’alcool all’azzeramento dei valori. O forse, che se ne costruisce di propri. Il viaggio è il leit-motiv di un libro che ha fatto discutere, a tal punto da essere sequestrato dalla Procura dell’Aquila alla terza ristampa per il suo linguaggio osceno, senza mezzi termini, dove le scorribande delle Splash, ragazze che scorrazzano per l’Emilia, terra natìa dell’autore, a far danni, o i viaggi in Europa di alcuni protagonisti, sono infarciti senza mezzi termini di bestemmie e parolacce. Una sfida all’opinione pubblica di allora, in cui esisteva ancora un velo di moralità completamente abbassatosi nell’epoca moderna. In alcuni punti del libro ho trovato alcune analogie, seppur alla lontana, con un’altra scabrosa e dura vicenda, quella di Christiane Felscherinow e dei “Ragazzi dello zoo di Berlino”, città in cui peraltro lo scrittore emiliano si recava spesso, seppur le vicende lì narrate siano una lente di ingrandimento sul disfacimento di una generazione in preda all’eroina, mentre le sfaccettature di Tondelli siano variegate. Filo conduttore sono quasi interamente l’iniziazione alla omosessualità e le sue dinamiche, e la totale libertà nei pensieri e soprattutto nelle azioni. Guardare avanti e correre con il vento in faccia, mettersi di traverso a una società che sembra aver dimenticato un’intera generazione, dopo il boom economico del dopoguerra e i movimenti studenteschi del ’68. Pier Vittorio Tondelli è stato per i giovani di quell’epoca un faro, una guida, la mano che ha scritto tutto ciò che quella generazione avrebbe scritto. Due sono i brani che maggiormente mi hanno colpito: uno è relativo alle ultime venti righe, il finale dell’ultimo racconto, che non cito proprio per non svelare il termine dell’opera. Mi limito a dire che Tondelli dona una visione ottimistica della vita, sprona il lettore in un modo tutto suo con termini fantastici e un pensiero dirompente ad alzarsi e partire. Il secondo brano, è quanto più di significativo ci sia per tramutare in parole ciò che l’autore ha intorno in quel periodo di grande tumulto giovanile e di cui egli stesso è parte: «Però subito il giorno dopo a mezzogiorno si ritrovano e stanno a fare l’amore chiusi in casa e mangiano e bevono e fumano e scopano ed è questo star bene diosanto, questa è bella vita, avere una gratificazione dietro l’altra è non pensare a niente se non ad abbracciarsi e succhiarsi da ogni parte. Questa sì sarebbe bella vita poterla fare per sempre mica bisogno di soldi e lavorare e studiare e partire e perdersi…».